ON FOCUS

ART / PHOTOGRAPHY /

INTERVIEW CON MATTEO BASILE

 

Matteo Basile: The Saints are Coming

Curated by Valerio Dehò

Catalogue/Edition: Arte&Associati, Lucca
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Quando nasce la sua passione per l’immagine?

Ho iniziato la mia carriera a 17 anni. Ho sempre sentito il bisogno, la fame e il fuoco che mi bruciava dentro. Avvertivo la necessità di trovare un modo per inventare qualcosa, per poter raccontare a qualcuno il mondo. Provenire da una famiglia di artisti mi ha permesso di esser scultore, pittore e ceramista senza mai aver toccato la materia: era come se nel mio patrimonio genetico ci fosse una memoria ancestrale del ‘fare’. Sono sempre stato affascinato non solo dalle arti, ma anche dai sistemi politici e di business che ruotano intorno al mondo dell’immagine. Ho cercato e cerco di toccare ogni punto legato a questo mondo: dalla televisione a internet alla collaborazione con i grandi marchi della comunicazione e della moda. Sono attratto dall’idea che un artista oggi non possa limitarsi esclusivamente alla produzione di manufatti ma debba muovere attraverso le sue idee vere e proprie multinazionali del pensiero. Chiamarsi Cascella ha comportato privilegi ma anche problemi complessi nella costruzione dell’identità. Ho dovuto nel tempo fare i conti con cinque generazioni di artisti diversi tra loro per carattere e modo di concepire l’arte. La prima tappa del viaggio è stata il cambio del cognome in Basilé: un atto fondativo che voleva essere un omaggio a Basilio Cascella, il primo artista di famiglia. Il cambio del nome mi ha permesso di affrontare qualsiasi scelta senza sentire il peso della dinastia sulle spalle. Parlo di peso e non di responsabilità. Cambiare identità mi ha permesso di essere Cascella al 110% senza essere giudicato per la storia che mi ha preceduto.

Che cosa le ha culturalmente più impresso nel suo percorso creativo-professionale?

Sono un divoratore di qualunque forma d’immagine, suono o alfabeto. L’arte, gli artisti e il cinema sono da sempre una fonte di grande ispirazione dalla quale non solo potermi ispirare ma da dove poter persino “rubare”. Appartengo alla generazione del remix, del video clip, del piccolo, medio e lungo metraggio; siamo quelli che downlodano, upplodano, stampano, siamo gli inventori del concetto del sampling. Sono totalmente dipendente dalla tecnologia, voglio trovare sempre nuovi sistemi, mezzi e tecniche per realizzare le mie opere. Sento che il lavoro deve parlare da solo e portare lo spettatore verso una dimensione differente. Man Ray diceva: “Di sicuro, ci sarà sempre qualcuno che guarderà solo alla tecnica e si chiederà come mentre altri di natura più curiosa si chiedono perché”. Mettiamola in questo modo, oggi la curiosità del singolo individuo è sempre più rara e forse noi artisti serviamo anche a ricordare che le cose non sono sempre quello che sembrano.

Oggi fortunatamente godiamo di un meraviglioso rapporto con la storia, abbiamo perso quel senso di colpa che si portavano dietro i nostri genitori. Amo Pasolini e il Neorealismo, il Surrealismo di Fellini con le sue donnone, i suoi nani e le sue ballerine così come Stanley Kubrick, Spyke Lee, David Lynch, amo Caravaggio, Parmigianino, Goya e Keith Haring. Da ognuno prendo qualcosa per farne altro e restituirlo attraverso la mia opera. Mi sento molto legato alla pittura e alla storia dell’arte, soprattutto quella italiana. Cerco di ricreare quello che più amo in chiave contemporanea. Sono, se vuoi, un artista classico che racconta con luci e colori di un tempo storie di oggi e di domani. Caravaggio è per me il maestro assoluto, è riuscito a costruire le sue storie attraverso personaggi del popolo dipinti con la luce di Dio. La mia rivisitazione vuole catapultare lo spettatore in atmosfere intime e spettacolari, dove reale e surreale viaggiano sulla stessa onda.

Come nasce una sua opera?

Da sempre ho studiato il potere dell’immagine e la sua costruzione nei dipinti rinascimentali come nelle campagne pubblicitarie. Vivo una forte attrazione verso il codice, la procedura, verso la formula matematica o il concepimento di una storia, da come viene pensata, scritta, dipinta, fotografata o scolpita, sul come riesca a raggiunge- re una sezione aurea ideale. Individuando questi codici il sistema commerciale dell’immagine ha stravolto il sistema dell’arte. L’artista oggi non è più l’unico conoscitore di tecniche sopraffine e quasi segrete, ha perso il ruolo di ‘sciamano’, visionario che legge il passato per raccontare il futuro. Questo avviene perchè gli strumenti e i codici degli artisti sono gli stessi che il mondo dell’immagine e del consumo hanno adottato e raffinato. Avendo molto chiaro questo sistema fatto di coordinate e formule, vorrei ritrovare attraverso la mia ricerca la sacralità che l’arte ha perso nell’ultimo trentennio. Lo strumento, il mezzo tecnologico devono essere invisibili nei confronti del fare arte.

Che cosa rappresenta per lei la bellezza?

Il mio rapporto con la bellezza è spesso molto lontano dai canoni più classici. Sono affascinato dai difetti, o da quel singolo difetto, così particolare da rendere una donna o un uomo bellissimi o brutissimi. Una bellezza superlativa sicuramente esiste ma è la più noiosa da raccontare per me, non mi interessa la fotografia faschion e di costume. I miei sono ritratti dell’anima, dove bellezza interiore e spesso mostruosità fisica coincidono nello stesso corpo quella che io chiamo ‘la meravigliosa mostruosità’. La mia fotografia è una cartina tornasole di un’umanità invisibile ai più. Mi sento molto vicino al Neorealismo pasoliniano da un lato e al Surrealismo felliniano dall’altro, unendo Eros e Thanatos in un solo fotogramma.

Che ruolo conferisce al fruitore/spettatore nelle sue opere?

Tutte le mie opere raccontano dell’umano, della sua tragica e meravigliosa esistenza. Dedico la mia ricerca e il mio lavoro interamente allo spettatore che spesso è lui stesso attore/autore del mio lavoro. Siamo una generazione che non ha leader politici, musicali, filosofici ne poetici; siamo nomadi, consumatori di icone e alfabeti, ma questo non vuol dire che non abbiamo bisogno di questi. Siamo sempre in divenire e stiamo ancora cercando un punto di partenza e proprio per questo riconosco nell’arte il potere di poter farti vedere quello che di solito la pay tv non riesce e non riuscirà mai a trasmetterti…

Qual’è stato il suo progetto più importante dell’anno scorso?

THISHUMANITY è forse il motivo che mi ha portato a vivere quattro anni in Asia. E credo che sia il progetto più importante degli ultimi anni. Cercavo un nuovo punto di vista su come e in che modo il mondo stesse cambiando. THISHUMANITY è un gioco di parole che descrive l’umanità e la sua disumanità, mettendole in scena nella loro meravigliosa mostruosità. Ho immaginato una serie di battaglie combattute da diverse tipologie di umanità concentrandomi sulle minoranze.

Il progetto riflette le cause che da sempre fanno sì che gruppi di persone ne combattano altre o ne divengano succubi. Più le minoranze sono invisibili e numericamente risibili, più generano paura. Più grande è il timore, più le minoranze vengono perseguitate. E la causa è sempre la paura. Le minoranze sono costituite da persone che, in qualità di esseri umani, sono portatori di alterità. È la costruzione politica e sociale di maggioranza che genera la paura per il diverso; ma a mio avviso l’idea di maggioranza non è nient’altro che una costruzione politica per dividere, controllare e instillare la paura nelle moltitudini. La maggioranza non esiste, tutto è nient’altro che minoranza e alterità.

Il primo capitolo di questa serie di lavori è una battaglia al femminile: donne che combattono altre donne per ritrovare, nel gesto estremo, l’identità ormai persa nel tempo. Un ritratto composto da 140 figure di nazionalità, età, credo e generazioni diverse che vuole essere un mio personale tributo alla femminilità. Se vuoi la produzione dell’intero lavoro è molto simile alla realizzazione di un film, mentre io realizzo un solo fotogramma di questo. Le persone che mi sono vicino soffrono spesso della mia completa immersione nel sognare e progettare le mie storie. Sono un visionario e spesso le ispirazioni sono improvvise, lucide e perfette. Altre volte sono più complesse nella costruzione e diventano processi che possono durare alcuni secondi come anni. Sogno ad occhi aperti continuamente, ovunque, è come se fossi sintonizzato su un altro canale. Le opere nascono sempre da una storia che voglio raccontare e, come in un film o in un palcoscenico teatrale, comincio a costruire la scena nella mia mente. Utilizzo persone comuni amzichè modelli professionisti, scelgo luoghi veri e cerco di costruire il set per la foto finale al 95%. Lavoro con mezzi molto semplici: specchi, fari da cantiere, oggetti che trovo sul posto. Poi, dopo gli scatti, passo nel- la mia camera di luce, il mio Mac, e con l’alchimia del fotoritocco, comincio a ‘curare’ meglio la mia visione.

www.matteobasile.com

Interview: Susanne Schaller per novum magazine – 02/12 Photodesign Plus.

 

 

 

 

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